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VEDO davvero – Employer Branding

VEDO :) davvero - Employer Branding

VEDO :) davvero – Employer Branding

Non per dire, per vedere e per agire per il proprio bene, sapendo a cosa dire di NO e cosa poter accettare sul luogo di lavoro.

Questo è un posto che ha l’intento di fornire strumenti, condividere le indicazioni prese dal vissuto, proporre dei modi di agire concreti.
Dare un modo di orientarsi in questo rumore lavorativo dove pullulano le promesse e vige l’attesa infinita del concreto.

Se non ci si capacita e non si è consapevoli del perché, verosimilmente, tutto si ripete ed il percorso personale e professionale va in continuo verso il meno peggio. Se non hai più voglia di ripetere, potresti trovare qui qualche indizio o indicazione. Deciderai tu stesso.

Si è già parlato di alcune “parole magiche” che nel vocabolario collettivo del lavoro sono “amate” e “di moda” e, c’è un perché, come c’è un perché anche nel usare dei termini “fighi” in inglese.
Sono ideali per nascondere ciò che davvero si vuole e talvolta si pretende, nel mentre lo si dichiara, giocando con le parole. Ti faccio vedere in concreto:

“Employer Branding” – sapersi vendere 

Employer è il datore di lavoro (l’azienda), Branding è una tecnica di marketing che è volta che vuole legare certi principi o valori all’immagine dell’azienda (es. etica) e quindi? :  L’azienda vende “se stessa come luogo di lavoro” ai candidati (attuali e potenziali).
Perché è così importante adesso? e Perché questa parola viene ripetuta come un mantra? (dal personale dei reparti delle risorse umane)

Le aziende hanno perso il controllo totale della propria reputazione professionale.

Non accade oggi di sicuro. Ad esempio il termine “employer branding” è stato coniato negli anni ’90 (Simon Barrow e Tim Ambler), ma oggigiorno il suo uso si è diffuso con la “Digital Transformation”.

E’ logica base considerare che la reputazione professionale è semplice da mantenere: Dai e fai ciò che prometti ;)
Pertanto, l’esistenza stessa di questa necessità di vendersi conferma il fatto che NON viene fatto e dato ciò che viene promesso, quindi, si prova con il marketing – magari qualcuno ci crede ancora.

Può funzionare se uno si tiene per sé certe situazioni che non vanno, tossiche, scomode, ma la “Digital Transformation” sta portando tutto a emergere. Se ne parla, si comprende e si vede … da lì può esserci una vera trasformazione.

Le cose pratiche:

L’obiettivo dichiarato dell’Employer Branding in Italia è:

  • Attrarre talenti ( possibilmente a basso costo ): In alcuni settori tecnici e dell’artigianato manca del personale. L’azienda deve apparire “sexy” per convincerli.
  • Ridurre il turnover (la frequenza del ricambio del personale) : Far sentire il dipendente parte di un “club esclusivo” per evitare che se ne vada per 200€ in più al mese.
  • Colmare il buco di comunicazione generazionale : Adattare il linguaggio aziendale ai valori delle nuove generazioni (Z e Alpha), che chiedono flessibilità e scopo.

L’intento occulto (Psicologico e Manipolatorio)

Oltre alla facciata del “benessere”, esiste un intento psicologico più profondo e spesso non dichiarato: la creazione di un’identità sostitutiva.

  • L’Azienda-Famiglia: L’intento occulto è sfumare i confini tra vita privata e professionale. Se l’azienda è “una famiglia”, chiedere un aumento diventa un atto di avidità e lavorare nel weekend diventa un atto di lealtà affettiva.
  • Il Senso di Colpa “Positivo”: Attraverso l’Employer Branding, l’azienda costruisce un’immagine così “buona ed etica” che il lavoratore si sente in colpa a criticare i processi inefficienti o i carichi eccessivi.
  • Fidelizzazione a basso costo: Spesso si investe in Employer Branding (frutta fresca in ufficio, loghi colorati, post sui valori) per non dover investire in adeguamenti salariali. È un tentativo di sostituire la ricompensa finanziaria con una “ricompensa identitaria”.

 La “Dismissione” dell’Employer Branding

NON SERVE vendersi o farsi pubblicità QUANDO SI E’ ciò che si asserisce di essere
  • Sostituire il Branding con la Realtà: Se un’azienda paga bene, rispetta gli orari, offre una formazione vera (attinente alla funzione e al lavoro) e ha processi chiari, non ha bisogno di fare branding. Saranno i lavoratori stessi a fare da “ambasciatori” in modo organico. Il branding è necessario solo quando c’è un vuoto da coprire.
  • Il Contratto di Reciproco Vantaggio: Invece di narrazioni epiche, l’azienda può presentare un patto chiaro: “Noi ti diamo X (stabilità, soldi, crescita) e tu ci dai Y (competenze, tempo). Fine.” Questo approccio onesto elimina la manipolazione psicologica.
  • Etica di Fatto: Un’azienda “sana” non ha bisogno di filtri dei social o schieramenti dei “yes man”. La soluzione è spostare il budget dal marketing alle condizioni contrattuali. Un’azienda con il 0% di turnover volontario, dove il personale RESTA CON E PER IL PIACERE di SOLO LAVORARE, ha già il miglior Employer Branding del mondo, senza aver mai scritto un post o pagina web o trattato sui “valori”.

Se hai piacere, puoi fare questo “test” – 15 domande per darti l’indicazione riguardo alle informazioni contenute in un annuncio e/o informazioni ricevute durante un colloquio.

A te è mai successo? Intendo di scegliere di lavorare per un’azienda su base della loro immagine che “ti è stata venduta”?

23/02/2026/da Marcela Grohova
Tags: employer branding, reputazione professionale, sapersi vendere
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